Recensione di 'Lamento ragionato sulla tomba di Falcone' di don Cosimo Scordato che, con luminosa profondità, svela tutti i chiaroscuri e le idealità del poeta
'Il rimedio contro il dolore è la verità'
Nicola Lo Bianco
Lamento ragionato sulla tomba di Falcone
Recensione di Cosimo Scordato
La raccolta di Nicola Lo Bianco è dirompente; non ha la preoccupazione di sistematizzare discorsi, piuttosto di farci entrare in sintonia con la realtà così come ci si presenta in una specie di 'presa diretta' ideale; non la realtà, ben’inteso, già addomesticata dalla narrazione ordinata, ma la realtà che è compresa da uno sguardo dove gli occhi sanno penetrare in ciò che vedono, la mente lascia liberi i propri pensieri, e gli avvenimenti le persone e le cose comunicano tra di sé perché tutto richiama tutto; il nostro sguardo sul mondo sconfina continuamente in un intreccio in cui guardare, incontrare, fermarsi, riflettere, pensare… è il tutt’uno nella nostra vita, lo stesso parlare è un flusso sonoro che scorre come un fiume e quando lo scandiamo in analisi (grammaticali, sintattiche, estetiche) avvertiamo che ne perdiamo qualcosa come in una partita di calcio a rallentatore. Il linguaggio vive di questo svolgimento della parola, del verso, del pensiero, della fantasia esperìti come un continuum, che ha tutte le caratteristiche della parola parlata, della quotidianità della vita, di quella oralità che così profondamente caratterizza la cultura popolare; e dicendo popolare non togliamo valore, restituiamo piuttosto centralità alla comunicazione in quanto essa nella coralità del soggetto ha la sua origine. 'Il rimedio contro il dolore è la verità' (XIX, 10), potrebbe essere il verso ricapitolativo del Lamento ragionato sulla tomba di Falcone. Il testo è attraversato da un grande fremito e una incalzante solitudine; apprendiamo che il figlio Beppuccio è stato ucciso dalla mafia perché considerato 'diverso'; la madre muore per il dolore di questa uccisione ed adesso il padre sopravvive stentatamente a se stesso e alle inquietanti domande che si trascina dentro e a quelle che rivolge al dottor F., mentre solo col canarino di casa riesce a intrecciare un 'duetto d’amore' (X,5).
Non riesce a capacitarsi della tragedia che gli è piombata addosso; il figlio steso sul lastrico di una strada, 'trovato sul marciapiede col sole in faccia' (XIII, 3); ma è possibile che l’abbiano ucciso perché considerato 'diverso'? 'È vero mio figlio era un garruso integrale era diverso'; ma quanto era bello questo figlio, vederlo riempiva il cuore e 'dove arrivava era una festa/lode al Signore' (XVI, 4-5). Le domande corrodono la mente del padre ma le risposte non vengono. Unica sua fugace consolazione poterne discorrere col dottor F., anche lui, assassinato, col quale egli avrebbe voluto condividere la gioia di diventare nonno: 'se l’immagina / a ragionare dei nipotini che intanto giocano a palla / come quando noi eravamo bambini' (IX, 2-3). Il passo di questo povero padre si va facendo strada dinanzi a noi e sempre più dentro di noi; da un lato, restano i mafiosi che 'fanno puntuali il loro dovere / di assassini' (XVII, 2-3), dall’altro, l’incedere insicuro dell’anziano, che lascia un mazzetto di fiori (spigolati qui e là dalle altre tombe!) presso la tomba del dottor F., dà 'l’impressione di parlare un’altra lingua'.
'Le parole non sono innocenti' (IV, 1), su di esse incombono le menzogne ed i travisamenti, le distorsioni e le connivenze, l’arroganza dei malfattori. L’Artista non intende offrire soluzioni, ci rende partecipi di una vicenda che ci colloca dalla parte di coloro che si trovano sconfitti non per codardaggine o per rinunzia, tutt’altro! Il padre continua a cercare fino alla fine; ciononostante, la vita è attraversata anche dal non-senso della morte del figlio, della esclusione violenta di un omosessuale, degli intrighi di chi tesse menzogne. In verità più che di sconfitti dovremmo parlare di vittime che si trovano a subire assurdamente i torti degli altri. Ma alla fine ci chiediamo: quale verità potrà essere rimedio contro un simile dolore e simile ingiustizia? Il poeta si limita a chiudere alleggerendo la scena con i morti che assistono al 'furto' dei fiori non dicono niente; anzi, 'un fiore in più un fiore in meno a loro gli viene da ridere / ridono come bambini per far passare la notte giocano / a nascondino giocano tutti a liberi tutti' (XXI, 8-10). Che sia forse in questa aspirazione alla libertà. Anche dalla morte, il gioco serio che può rendere sopportabile il peso di una vita che, pur dovendo resistere dignitosamente dentro l’assurdità dello scacco della verità, continua a non rinunziare ad Essa? La testa agitata di Isidoro è l’epilogo della raccolta. L’Autore si affida alla figura di Isidoro, macchietta visionaria che, tra battute scherzose e domande inquietanti, ci porta alle problematiche-limite: la morte, la scienza e i suoi miti, la domanda sotto il cielo, la ricerca della libertà (il gabbiano) ed il senso ultimo della vita. Ne Le cose da fare la morte pone dinanzi all’esperienza del distacco doloroso e dell’incompiutezza dei progetti umani; non resta che richiamare alla vita: 'T’u scurdasti? / Ava’, fratello / susiti'. (Te lo sei dimenticato? Avanti, fratello, su alzati). Nel Treno Isidoro è escluso 'dal numero dei passeggeri': è un appello per tutti coloro che restano ai margini del cammino della storia, mentre Isidoro continua ad aspettare il passaggio del treno. Nel gustoso dialogo de I microbi, invogliato a fare il beccamorto anziché il carabiniere come a scongiurare la morte, Isidoro si chiede alla fine: 'Bellu è, / ma io quannu è vurricatu a tutti, a mia cu mi vorrica?' (mi piace, è una cosa bella, / ma a me quando ho seppellito tutti gli altri / a me chi mi seppellisce?). È la versione disincantata della riflessione di M. Heidegger: di fronte alla rimozione della morte, siamo ricondotti, col sorriso, alla sua ineluttabilità. Ne I bottoni di Isidoro alla domanda 'picchì semu a stu munnu?' l’Autore non risponde, si limita ad affermare: 'I pinseri s’annu a tuccari chi manu, vasinnò squagghianu' (I pensieri si devono toccare con le mani, altrimenti squagliano). Ne Lo scoglio e il gabbiano si crea una tensione molto bella tra l’essere 'petra ri scogghiu petra dura' (pietra di scoglio pietra dura) ed il fluttuare di tutto; l’immedesimazione col mondo degli animali (il gabbiano o il pesce) è una fantasia carica di libertà. Nell’ultima domanda Qual è la strada, la metafora del cammino impone la domanda se c’è una meta e 'quantu c’è di caminari'. Il Poeta si fa interprete della condizione umana; non ama una facile risposta; piuttosto riconosce di essere in questo mondo 'a usu clandestini' (alla maniera dei clandestini) e, in questo modo, da un lato, riconosce la vacuità di ogni atteggiamento possessivo e di dominio e dall’altro, si fa pellegrino che guarda in avanti: 'circamu casa travagghiu e spiranza'.
Da Famiglia in Dialogo agosto – settembre 2010
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